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SVE Youth volunteering for Environment: Active and Healthy lifestyles (YEAH): l’esperienza di Esther in Gambia

Il mio SVE nella ridente costa d’Africa.

 

Un’esperienza di vita in Gambia grazie al progetto YEAH di YouNet.

Gambia
A ormai più di nove mesi dall’inizio del mio SVE in Gambia, ho pensato fosse doveroso raccontare un po’ come ho viss
uto i 2/3 della mia permanenza. Innanzitutto devo ammettere che, contrariamente a quello che pensano i miei familiari ed amici, a me per ora il tempo sembra essere davvero volato, nonostante ci siano stati alti e bassi, con l’alternanza di momenti memorabili ed altri in cui ho incontrato numerose difficoltà e intoppi. Basti pensare che è dal mese di Ottobre che sono rimasta l’unica volontaria perché le altre ragazze sono tornate ai rispettivi paesi non appena è stato confermato il caso di un malato di Ebola in Senegal (il quale è in seguito guarito e, dato che non è stato registrato alcun contagio, dopo 40 giorni è il paese è stato dichiarato Ebola-free). Inoltre il 30 dicembre vi è stato un tentativo di colpo d stato e per tale ragione l’ambasciata italiana a Dakar, i miei amici e parenti mi hanno sconsigliato di muovermi da Gunjur, il villaggio in cui mi trovo.

Infine un’altra problematica che ho dovuto affrontare riguarda l’agenda delle attività che non è fissa ma piuttosto variabile a seconda delle circostanze e dei cambiamenti o progressi avvenuti nelle condizioni di lavoro delle organizzazioni partner, delle necessità e delle condizioni di vita degli abitanti locali. Se da un lato ciò mi ha permesso d sviluppare una certa flessibilità e adattabilità a differenti condizioni di lavoro, d’altro canto non posso negare che soprattutto all’inizio l’eccessiva mutevolezza del programma di lavoro mi ha trasmesso una certa sensazione di instabilità e incertezza. Eppure ormai mi sono abituata a questa percezione di precarietà e sto imparando sempre più a vivere giorno per giorno e ad apprezzare anche il minimo miglioramento che riusciamo ad apportare nella comunità dove viviamo.

Il nome del progetto che sto portando a termine è YEAH ed esso verte su tre tematiche principali, che sono l’Educazione, la Salute e l’Ambiente. Per quel che concerne l’educazione non formale, mi sono occupata di seguire e condurre programmi quali campi estivi, e workshops sull’immigrazione clandestina, sulla gestione dei rifiuti e di sensibilizzazione sulle malattie più diffuse nel paese. Per quanto riguarda invece l’educazione formale, dopo aver seguito alcune lezioni alla Gunjur Community Pre-school per apprendere come elaborare un curriculum scolastico, ideare e svolgere le lezioni per bambini dai 3 agli 8 anni, ho collaborato con una scuola materna dove assistevo il maestro e talvolta lo sostituivo; abbiamo anche organizzato una competizione tra scuole elementari che si sono sfidate rispondendo ai dei quiz attinenti al loro piano di studio.

Purtroppo ho potuto notare come non tutte le nursery school godono di un livello di insegnamento standard e che generalmente gli scolari e gli studenti apprendono più facilmente e velocemente e sono più portati per eccellere nello studio rispetto alle loro omologhe femminili. Inoltre i bambini e i ragazzi sono spesso più numerosi delle alunne; pertanto esistono ancora disparità nell’accesso all’educazione tra maschi e femmine e dunque ulteriori sforzi sono necessari per garantire l’“Istruzione per tutti” (Education for All –EFA). Infine ho constatato che alcuni genitori sono noncuranti dell’importanza di ricevere un’adeguata istruzione; ad esempio capita sovente che alcune madri dimentichino di lavare l’uniforme e il giorno successivo i loro figli non possono recarsi a scuola materna.

Nei primi mesi di SVE solitamente il mercoledì andavo all’Health Centre (sorta di ambulatorio) dove sbrigavo compiti amministrativi, quali aiutare a controllare il peso dei bambini per stabilire se erano malnutriti o meno, e annotarne il sesso per elaborare delle statistiche sul numero di bambini e bambine visitati; ho imparato anche come stabilire le settimane di gravidanza delle donne palpandone il ventre e questa per me– per niente portata per materie quali medicina e affini– è stata una piccola grande conquista. Però da qualche mese non lo frequento più per evitare rischi di poter contrarre diverse malattie e per l’allerta causata dall’epidemia di ebola. Attualmente dunque le attività inerenti la sanità sono piuttosto focalizzate sulla promozione della prevenzione a scuola e nel quartiere in cui vivo, il che è alquanto rilevante perché mi sono accorta che la popolazione locale di frequente sottovaluta i disturbi di salute, sminuendoli o talvolta persino imputandoli a qualcosa di sovrannaturale o legato a delle superstizioni. Da poche settimane abbiamo iniziato ad andare in giro per le scuole con l’oculista del Gunjur Health Center per controllare la vista degli alunni e visitarli per accertare la presenza o meno di infezioni; aveste dovuto i bambini di due asili che indicavano le direzioni delle gambe della lettera E, troppo carini! Spero di poter estendere ben presto questo tipo di iniziativa alla comunità in cui vivo.

Qualche mese fa ho anche promosso uno stile di vita attiva affiancando il maestro di educazione fisica presso una della scuole elementari nella preparazione atletica dei ragazzi che hanno poi gareggiato a livello nazionale in vare discipline di atletica leggera.

Infine a proposito dell’ambiente, insieme ai membri dell’organizzazione ospitante abbiamo a volte partecipato ai “cleaning exercises”, ossia giornate in cui le botteghe e gli esercizi commerciali rimangono chiusi tutta la mattinata e che sono dedicate a ripulire la propria area; abbiamo contribuito alla riforestazione piantando alberi; stiamo tuttora conducendo delle campagne di sensibilizzazione sulla raccolta dei rifiuti, il riutilizzo e il riciclo della plastica e raccogliamo di persona soprattutto rifiuti nocivi (quali batterie) o pericolosi come plastica (che spesso viene usata per appiccare più velocemente il fuoco che serve alle donne per cucinare), vetro, oggetti vari in metallo (specialmente rasoi e lamette dato che ci preoccupiamo per i bambini che camminano per strada scalzi e giocano in mezzo all’immondizia); promuovo l’autosufficienza alimentare e la filiera corta (dal produttore al consumatore) acquistando quando possibile frutta e ortaggi direttamente dalle donne del vicinato e aiutandole di tanto in tanto quando lavorano nel loro orto. Sto anche imparando come produrre il compost che poi potrà essere utilizzando dalle vicine di casa come fertilizzante naturale e non maleodorante e mi sto cimentando nel coltivare il mio piccolo orticello.

Grazie all’affetto dei vicini di casa e all’aiuto dei membri dell’organizzazione ospitante, benché sia lontana dall’Italia da parecchi mesi, mi sento quasi come a casa. In particolare le donne del vicinato mi ritengono una di loro, e per questo qualche mese fa mi hanno proposto di comprare il loro stesso tessuto e farmi cucire un vestito simile al loro per indossare così l’Asobee, in modo che ogni qualvolta andiamo ai Kullio (Cerimonie del Nome) o altre ricorrenze, le altre persone possano identificarci come appartenenti allo stesso gruppo!

Qua a Gunjur ormai tutti mi conoscono e mi chiamano con il mio nome gambiano, Aisha, che mi è stato suggerito dallo staff locale e che ho subito fatto mio perché credo che il suo significato “vivacità, vita, vivente” ben si addice alla mia personalità. Come cognome invece ho scelto Ceesay (in mandinga significa pollo/gallina) poiché è molto comune e per me semplice da pronunciare e, inconsapevolmente, esso mi calza a pennello perché dicono che coloro che portano tale cognome adorino mangiare tanto… J

Quando mi viene un po’ di nostalgia della mia famiglia e dei miei amici, o quando mi sento un po’ giù a causa delle differenti condizioni di vita e di lavoro, mi basta il sorriso dei bambini per tirarmi su di morale. Ciò che mi sorprende dei bambini è che sorridono sempre nonostante posseggano ben poco e che non sono spaventati quando vedono bianchi, ma anzi accorrono per salutarli e stringergli la mano chiamandoli anche da lontano “Tubabol! Tubabol!” che in Mandinka, la lingua locale più diffusa insieme al Wolof, significa appunto Bianchi. Ciò sta dunque a significare che qui non esiste la paura dell’uomo bianco diversamente dallo spauracchio di “dare i bambini all’uomo nero se si comportano male” che una volta esisteva da noi.

Un’altra delle cose formidabili della terra in cui mi trovo è sicuramente il clima, sempre mite o caldo, considerando che la temperatura minima che si registra non scende al di sotto dei 15°C e che nelle ore più calde della giornata si ha una media che oscilla tra i 25° C e i 30° C ed oltre persino in quello che per noi è il periodo invernale!

Un altro aspetto piacevole che contraddistingue villaggi come Gunjur è l’essere immersi nel verde e nella natura a tratti selvaggia e inesplorata.

Nonostante la lontananza, mi sento supportata da parenti e amici i quali solitamente mi dicono “Esther, sei proprio una ragazza in Gambia”, evidente gioco di parole che fa riferimento al paese in cui sto per portare a termine il mio SVE, ed espressione che mi rende molto fiera di me stessa e mi fa sentire apprezzata.

Il mio SVE non solo mi sta servendo per farmi le ossa in un ambito, quello della cooperazione internazionale, in cui mi piacerebbe lavorare nel prossimo futuro, ma sta fungendo come un’esperienza di vita unica e irripetibile, che mi sta indubbiamente arricchendo molto dal punto di vista umano e personale, che mi induce ad essere ancora più grata per tutto ciò che abbiamo e che spesso diamo per scontato o sottovalutiamo (dagli affetti dei nostri cari alle cose prettamente materiali come l’acqua corrente, l’avere il supermercato nello stesso paese dove si vive, possedere un frigorifero che qui per i primi 4 mesi non avevamo…). Per esempio adesso riesco a capire appieno quanto l’acqua sia fondamentale e perché i commentatori politici ritengono che in futuro le guerre saranno combattute per contendersene e assicurarsene l’approvvigionamento, dato che è capitato spesso che non potessi attingere l’acqua dal nostro pozzo perché alcune signore lo avevano usato per annaffiare i loro orti e quindi l’acqua era diventata piuttosto sporca e fangosa.

Infine grazie a questa esperienza ogni giorno che passa mi rendo sempre più conto di quanto sia fortunata per essere nata in una parte del mondo in cui regna la pace e –nonostante problemi quali l’elevato tasso di disoccupazione giovanile ecc.– tutto sommato un certo benessere economico.