Diario di una partecipante @ Your Voice Matters – Day 1,2,3,4

36940750_10215520248534867_8520081591790206976_oDay 1.

È finalmente arrivato il momento di una nuova partenza!
Avrei avuto moltissimi motivi per essere agitata, anche più che per altri viaggi, ma il mio cervello ha saggiamente deciso che non era il caso.
Per cui ho trascorso gli ultimi giorni a prepararmi all’eventuale conferma per questa avventura, che alla fine è arrivata e nonostante tutto, nonostante il poco tempo, non ho mai sentito nel petto la mia familiare sensazione di agitazione.

Sono molto orgogliosa di questo. Per me è come un obiettivo implicito che sono riuscita a raggiungere: viaggiare così tanto, abituarmi a spostarmi il più possibile, sfidare tutte le mie paure abbastanza da non trovare più troppo clamore dentro di me prima di una partenza.

Quindi stamattina mi sono svegliata decisamente più serena della mia media del periodo, ho sistemato le ultime cose, mi sono resa pseudo-presentabile e sono uscita di casa. Ovviamente in ritardo.

Per cui, ho seguito la me-saggia (e anziana) e stavolta fin da praticamente subito ho deciso di chiamare un taxi per riuscire ad arrivare in tempo a Piazzale Montelungo per prendere l’Appennino Shuttle verso l’aeroporto di Bologna.
Il bello è che per una volta che volevo fare le cose per bene, il servizio taxi aveva deciso che l’indirizzo che gli fornivo non esisteva: dopo vari tentativi ho ottenuto un taxi CHE IN REALTÀ ERA GIÀ PARCHEGGIATO LÌ A POCHI METRI DI ME.

COMUNQUE sono arrivata poco prima dello Shuttle, ho salutato la sprint tassista in salopette e sono salita sul bus: l’autista era un cinquantenne romano rientrante in quella categoria umana che io definisco “inquietenero” perchè chiamava tutti DOLCEZZA mentre chiedeva loro i biglietti e poi è sceso a terra sorridendomi e dicendomi che doveva incontrare gli unici a cui importava di lui. Cioè dei piccioni a cui ogni giorno porta le molliche di pane o del riso.
Questa cosa, unita al fatto che per tutto il viaggio ha cercato di fare conversazione disperatamente con i passaggeri, più che farmelo figurare come uno “spostato”, me l’ha seduto sul cuore e mi ha regalato il mio pensiero positivo della giornata.

Sono arrivata in aeroporto con due ore di anticipo sul volo (piccoli miracoli) e ho subito passato i controlli per levarmi il pensiero e perché con gli altri ragazzi del gruppo Italia che partivano da Bologna avevamo pattuito di vederci al gate del volo per Madrid. Non andavo a prendere un aereo dal Marconi da diversi anni e mi sono stupita nel vederlo ormai super organizzato e tecnologico, per cui, nonostante l’enorme mole di persone presenti, mi sono sbrigata velocemente.

Ho subito incontrato Giulia, una ragazza pugliese che studia a Venezia, e siamo rimaste un po’ a chiacchierare nell’attesa degli altri e dell’apertura del gate. Dopo alcuni spostamenti dovuti allo sproposito ritardo di un volo per Lamezia (e quando mai) ci siamo finalmente incontrati tutti e messi in fila.

Il fatto di partire tranquilla mi ha reso amichevole e spontanea con loro: FORSE TROPPO SPONTANEA, potrei averli messi in imbarazzo con qualche mia uscita visto che siamo sconosciuti, ma non me ne sono preoccupata più di tanto perché mi piacerebbe diventare loro amica anche se abbiamo pochi giorni a disposizione (e quindi magari è positivo che si abituino alle mie stranezze che probabilmente mi rendono inquietante fin da subito)!

Il volo è andato bene, anzi è stato noioso per i miei standard: ho dormito un’oretta, ho letto un piccolo manuale di spagnolo che mi sono portata nello zaino e nessuno ha applaudito all’atterraggio (e non ho potuto farlo partire io perché ero seduta in prima fila praticamente in braccio alle hostess).

Ricordavo che l’aeroporto di Madrid fosse enorme e labirintico, ma non è comunque bastato a prepararmi psicologicamente e gli altri non c’erano mai stati, così dopo essere riusciti a recuperare le valigie al nastro, abbiamo deciso di accamparci a terra in attesa della parte del gruppo italiano che era arrivato da Roma e dell’organizzatrice che ci sarebbe dovuta venire a prendere alle nove.

Il tempo è trascorso abbastanza velocemente, ma poi ci abbiamo messo un’eternità a trovare gli altri in mezzo all’immensità dell’aeroporto.
Quando ce l’abbiamo fatta li ho guardati tutti, uno per uno, sorridendo da sola (come una scema, come sempre) al pensiero che sarebbero stati loro i compagni di questa avventura.

Poco dopo siamo riusciti a incontrare le organizzatrici e a conoscere il gruppo polacco, prima di posare le valigie sul bus che ci stava aspettando e di tornare dentro a mangiare FINALMENTE DI NUOVO un bocadillo de jamon, in attesa dell’atterraggio dei ragazzi della Romania.
Ognuno di noi a tavola ha detto cosa studiava e ho iniziato a sudare quando ho realizzato che quasi tutti studino economia o simili, mentre io non so nemmeno le tabelline. Bene.

Il gruppo della Romania ha tardato un po’ (non ho capito bene cosa sia successo, ma pare che due di loro arrivati prima avessero noleggiato una macchina per esplorare Madrid e fossero scomparsi), ma alla fine siamo riusciti a partire dall’aeroporto alle undici, con davanti tre ore e mezza di autobus verso l’entroterra al confine con il Portogallo.

Avevo proposto di far partire qualche coro di famose canzoni italiane, ma una buona fetta degli altri stava già dormendo, quindi il buon senso (non il mio, ovviamente) ha prevalso e abbiamo parlato per un bel po’ di varie cose, tra cui del seminario che dovremo tenere sugli stereotipi dei generi sessuali: abbiamo deciso di rendere l’argomento più divertente e incisivo possibile così che gli altri possano non annoiarsi e ottenendo magari un risultato migliore.

Ad un certo punto ci siamo fermati in un autogrill e mi sono resa conto che la temperatura era scesa repentinamente da 35 a 20 gradi circa. Mentre eravamo lì a prendere un po’ d’aria, alcuni ragazzi romeni ci hanno chiesto perché pur parlando loro in inglese perfetto (li ammiro tantissimo) non riuscivano a capirsi con la commessa per gli acquisti da fare, in quanto la signora parlava praticamente solo spagnolo. IN MODO DEL TUTTO MISTERIOSO sono stata spinta io ad andare ad aiutarli: voglio ricordare che io ho appena finito il corso di spagnolo A1 durato solamente un mese. Ad ogni modo ce la siamo cavata e ho già notato che la lingua spagnola mi piace sempre di più: la trovo molto calorosa e musicale.

Risaliti sul bus abbiamo continuato ancora a lungo a parlare di tantissime cose, alcune anche abbastanza personali, il che mi ha fatto piacere perché vuoldire che i miei compagni di viaggio sono persone aperte. In compenso, ci siamo fatti il vuoto attorno di tutti gli altri che volevano dormire: ogni tanto vedevamo alzarsi qualcuno e spostarsi sul fondo per non sentirci chiacchierare ad oltranza.

Verso le due il sonno ormai però aveva colpito quasi tutti: io ero rimasta sveglia a scrivere e l’autista era rimasto sveglio a guidare.
Mi sentivo elettrica, nonostante i pensieri assortiti che non intendono mollarmi, e pensavo sorridendo ai ragazzi spagnoli che ci stavano aspettando svegli con la cena pronta (allego conversazione esilarante in merito a questo viaggio della speranza e alla pesantezza dei pasti notturni tra me e Padre).

Stavo vagliando l’ipotesi di dormire anche io, quando mi sono resa conto che eravamo a pochi minuti dalla meta: erano le due e mezza e le campagne intorno erano buie. Le poche case che avevamo incontrato mi hanno dato l’idea di una sorta di villaggio fantasma, ma non mi ha messo assolutamente i brividi.
Appena scesi dal bus, guardandomi intorno, questa ipotesi è stata confermata: intorno alla nostra struttura ci sono letteralmente quattro case molto antiche e la nostra struttura stessa lo è: appena entrata abbiamo sentito l’odore tipico delle case delle nonne piene di anticaglie.

Lo staff era rimasto sveglio appositamente per farci fare il check-in e darci la cena: ho mangiato alle tre e un quarto un po’ di insalata di pasta e delle squisite empanadas al tonno, ma vista l’ora e la mia vecchiaia il mio stomaco mi chiedeva perché gli stavo facendo questo.

Noi italiani, comunque, siamo sempre i primi ad arrivare dove si mangia e sempre gli ultimi ad andarsene: ci siamo smossi solo quando ormai la sala era vuota e io mi sono fermata solo per chiedere alle organizzatrice se davvero davvero la mattina seguente avremmo dovuto essere di nuovo lì per la colazione alle nove. La risposta è stata fermamente affermativa, per cui ci siamo diretti nelle nostre stanze: io sono nella stessa camera proprio con Giulia di Bologna (che distingueró così chiamandola dalla Giulia di Roma).

Ho trascorso qualche minuto a minacciare gli unici due ragazzi del nostro gruppo, che hanno la camera di fronte la nostra, con ipotesi di scherzoni notturni ai loro danni e a svuotare la valigia che altrimenti sarebbe stata ingestibile vista che era chiusa a pressione, e poi mi sono decisa a mettermi a letto.
Anche se erano le quattro passate non riuscivo a dormire: ero ancora troppo elettrica per tutto!

36905873_10215526969102877_6825987383184326656_oDay 2.

A un certo punto la stanchezza deve aver preso il sonno su tutto e mi sono svegliata addirittura alle sette da sola dopo aver finito ben una fase REM, ma avevo a disposizione un’altra ora di sonno che ho deciso di sfruttare visto la giornata di inizio che avevamo davanti.

Mi sono svegliata abbastanza pimpante anche se quando dormo poco non mi sento molto bene per vari motivi e ho sfruttato questa carica per prepararmi abbastanza velocemente e scendere al piano terra a fare colazione: io e Giulia siamo arrivate per prime!

Dopo colazione pensavamo partissimo subito con il programma stra-pieno, ma in realtà abbiamo trascorso circa un’ora a sistemare le necessarie beghe burocratiche: registrazioni, firme, questionari, in realtà più di tutti gli altri progetti simili a cui ho partecipato.
Quindi abbiamo perso un bel po’ di tempo prima di risalire sul bus, questa volta fortunatamente per coprire brevissime distanze: siamo andati a visitare una piccola azienda a gestione familiare che si occupa di allevare api e lumache. Il proprietario è stato gentilissimo con noi a rispondere a tutte le nostre domande a riguardo e ad accettare sorridendomi la mia richiesta di cogliere uno dei suoi fiori di lavanda, che adoro. Per farlo ho anche sfidato la mia fobia delle api ed è andato tutto bene: oggi nel mio quaderno ho inserito solo quello, una margherita e un papavero, e mi sembra già bellissimo così.

Da lì siamo andati a vedere dall’alto quella che loro chiamano “ghost town”: in realtà è una sorta di insediamento sorto accanto la diga del Salto de Castro (una cascata) nato per sfruttare l’elettricità, ma poi abbandonato. La vista era molto bella perché la vallata era enorme e verde e a picco sul fiume azzurrissimo e solo poco dopo ho scoperto che in realtà eravamo già in Portogallo (siamo davvero davvero vicini al confine!) per via del messaggio di avviso sul cellulare.

Dopo poco altro tempo in bus siamo stati portati in un negozio di prodotti di argilla artigianali per una dimostrazione della proprietaria (a quanto ho capito la più anziana del suo mestiere in zona!) con il tornio semi-automatico: la signora aveva braccia poderosissime e una manualità straordinaria, ero letteralmente ipnotizzata! Ci hanno dato la possibilità di provare anche a noi, ma ricordando i miei esperimenti con il tornio da piccola ho preferito non fare danni e invece scendere al piano di sotto a comprare qualche piccolo bellissimo oggetto creato da quelle sapiente mani: ho pagato pochissimo e mi sono sentita in colpa perché dietro a ogni cosa c’è molto lavoro e mi chiedo come facciano a mandare avanti la bottega lì in mezzo al niente.
La cosa che desideravo di più era una teglia da forno tonda con un grosso spunzone centrale (allego foto nei commenti per chiarezza) che qui si usa per cucinare il pollo con le patate facendo in modo che resti in piedi e quindi rimanga più uniforme! Purtroppo ovviamente non ho potuto prenderlo perché ho solo il bagaglio in mano in aereo, ma l’ho trovato davvero geniale.

A quel punto ci hanno dato la possibilità di andare in un supermercato lì vicino (la definirei di più una di quelle minuscole botteghe che vendono un po’ di tutto) in cui abbiamo potuto comprare un po’ di cose inutili: tra le varie cose tipiche, ho preso cinque pesche noci e duecento grammi di ciliegie squisite PAGANDOLE SOLO UN EURO E CINQUANTACINQUE CENTESIMI. Sono tutt’ora sconvolta perché nemmeno in Calabria la frutta costa così poco e a Firenze ho aperto un mutuo per comprare la stessa quantità di ciliegie (senza le pesche) E OLTRETUTTO FACEVANO OVVIAMENTE SCHIFO. Anche lì mi sono sentita in colpa perché avrei voluto pagarle di più. Oltretutto la proprietaria del negozio era un’anziana adorabile, con tanto di giacchetto di lana a Luglio, tanto attaccata al proprio lavoro da restare in negozio anche se ormai incapace di stare al banco o alla cassa, quindi si impegnava tantissimo a imbustare la spesa ai clienti.

Siccome io avevo il mio zainetto ha deciso di infilarmi la spesa lì e me l’ha proprio levato dalla spalla per mettercela, infilando tutto come meglio poteva: la cosa mi ha un po’ spiazzata, ma l’ha fatto con una cura tale da non farmi assolutamente dubitare delle sue intenzioni. Anzi, mi ha fatto venire voglia di abbracciarla!

Erano ormai le due passate, per cui ho mangiato una pesca per tenermi un po’ su di pressione in attesa del pranzo che siamo andati a fare poco dopo sempre usando il bus: era stato allestito in un grande stanzone con un lungo tavolo, ma non abbastanza lungo da accoglierci tutti, infatti la maggior parte degli italiani ha fatto “ghetto” in un angolo; io ho provato a restare tra gli spagnoli per fare amicizia, ma credo che sia loro che io fossimo troppi timidi e parlassimo troppo poco le rispettive lingue. Uno dei problemi che ho riscontrato in questo primo giorno è la mancanza di integrazione fra le nazioni partecipanti causata dall’organizzazione che non si è premurata di pianificare, come di solito si fa, attività per conoscersi e creare lo spirito di gruppo, purtroppo.

La struttura, abbastanza antica (come quasi tutto) e davvero folkloristica (allego foto anche di questo!), era un vecchio collegio, che ora usano come sala per le feste. Il nostro pranzo era stato organizzato da due anziani del luogo aiutati da un ragazzo: già mi sono innamorata di tutte le persone anziane incontrate oggi perché erano tutte adorabili e mi ricordano in tutto e per tutto i signori e le signore del Sud Italia.
Il cibo era abbondante e tipicamente pesante: formaggi, salumi, empanadas e un altro tipo di focaccia di cui non ricordo il nome, più alta e ripiena in cottura di chorizo e tocchi di lardo, che ho adorato, ma appunto dopo un pezzo avevo già finito di pranzare. Intorno a me quasi tutti non l’hanno apprezzata perché non riuscivano a gustare quel tipo di sapore forte, ma io amo molto i gusti antichi e tosti e questo mi fa sentire parecchio “vintage” (tanto per cambiare).

Dopo pranzo la maggior parte del gruppo si è incamminato a piedi verso uno sperduto bar per prendere il caffè, ma noi italiani siamo rimasti a chiacchierare e a riposare all’ombra fuori: uscendo mi sono resa conto che eravamo accanto a una piccola chiesetta con questa lapide stupenda che ricorda ai pellegrini di essere sul Cammino di Santiago.

Ho chiesto ai signori che stavano sparecchiando la sala per prepararla all’attività successiva se avessero bisogno di una mano, ma hanno rifiutato in modo tenero e caloroso: non sono sicura di aver capito tutto ciò che mi è stato detto, ma quell’uomo era così sorridente e pimpante da farmi sorridere di rimando e farmi sentire fortunata, a prescindere da tutto.

Sono rimasta quindi a parlare e a poltrire un po’, felice del fatto che, pur essendoci sicuramente più di trenta gradi se ne percepissero forse un po’ meno per via della grande presenza di verde e per la bella ventilazione.
Gli altri sono poi tornati dopo un bel po’ (tempi rilassati spagnoli!) e hanno sistemato il proiettore per il breve seminario del gruppo portoghese: tutte ragazze e tutte liceali hanno disegnato e montato loro stesse un piccolo video adorabile sull’importanza delle api per il mondo.

Finito ciò, dopo un altro po’ di attesa e cambi di programma, siamo andati a piedi in una specie di capannone lì vicino in cui uno degli anziani ci ha fatto vedere come costruire delle tegole in argilla. Era un tipo molto tosto (si è cambiato la camicia restando a petto nudo davanti tutti noi!) e ha spiegato molto dettagliatamente il processo: sia per la metodologia che per gli strumenti credo sia lo stesso procedimento utilizzato nel Medioevo, quindi ero ancora più contenta di poterlo osservare, anche perché, pur essendo un lavoro così semplice, lo faceva con una grinta e una passione tale da farlo sembrare un mestiere stupendo!

Alcuni di noi si sono cimentati con lui a provare il lavoro, ma è molto più difficile di quanto non sembri. Alla fine lui ci ha fatto vedere una piccola tegola con scritto sopra il suo nome, soprannome e l’anno che vorrebbe regalarci così da servare un ricordo di lui: a parte la tenerezza che mi ha fatto, ho riso mentre anche lui rideva del fatto che in paese lo chiamassero “El Feo”, il brutto.

Eravamo abbastanza stanchi e fortunatamente gli organizzatori se ne sono accorti e ci hanno riportato in hotel per le sei, così sono riuscita a dormire una mezz’ora prima di riattivarmi e scendere in cortile per riunirmi con gli altri e provare finalmente a organizzare il seminario sugli stereotipi che dovremo tenere domani prima di andare a cena.

Accanto all’ostello ho trovato moltissimi gatti (purtroppo nessuno si è fatto accarezzare per ora) E UN ASINO a cui ho fatto delle foto. È davvero tutto molto rurale e sento che la nostra presenza se da un lato rivitalizza il villaggio, dall’altro contrasta un po’ con lo spirito del luogo: mi ha fatto strano sentire la musica del gruppo romeno a tutto volume rieccheggiare in mezzo praticamente al vuoto.

Abbiamo cenato in una sala sotto all’hotel (che in realtà è una specie di B&B/casa del pellegrino/bar) abbastanza grande da contenerci tutti e poi io ed Elettra abbiamo fatto un piccolo giro del paese (anche perché farne uno grande è impossibile) perchè aveva bisogno di comprare le cartine per le sigarette: ci avevano detto che in un bar vicino la chiesa le vendessero. In realtà abbiamo scoperto che vi sono ben due bar, entrambi vicino la chiesa, e uno dei due contiene in una saletta adiacente un piccolo supermercato che la proprietaria si è prodigata ad aprirci credendo potesse esserci d’aiuto, ma in realtà lei non vendeva tabacchi.
L’altro bar era totalmente deserto (nell’altro c’erano quattro anziani, di cui una era la proprietaria) ad esclusione del padrone seduto in giardino: vedendoci entrare nel cortile si è cortesemente alzato in piedi per accendere le luci del locale e servirci.

Tornando verso gli altri abbiamo visto moltissimi scorci particolari del paese: le case in pietra costruite direttamente su grandi ammassi di roccia, le galline in casa, le vecchiette che ci spiavano da dietro le tendine e il bucato steso vicino le fontane. Inoltre, in generale il paese è pulitissimo e ben curato con tante fontane e fiori. Anche se siamo in mezzo al niente, sento che una realtà simile sia davvero a misura d’uomo e mi sono in qualche modo sentita accolta da tutti e tutto.

Abbiamo avvisato agli altri della presenza di un bar, così siamo andati a bere qualcosa tutti insieme, fermandoci fuori dalla chiesa per fare un piccolo video che ritraesse tutto il gruppo italiano.
Siamo rimasti per un bel po’ seduti nel cortile del bar a bere vino bianco che a turno ognuno comprava, visto che una bottiglia costa solo tre euro e cinquanta (ed era oltretutto davvero buono).

Abbiamo parlato di moltissime cose e ogni tanto mi sono fermata a osservare in silenzio il nostro nascente affiatamento, l’albero di noce che ci sfiorava le teste; a volte mi hanno riportato tra loro solo i forti rintocchi delle campane che suonano ogni quarto d’ora.
A mezzanotte passata abbiamo deciso di fare una passeggiata: il paese era praticamente deserto, se non per un piccolo accrocchio di persone (quasi tutte anziane) sedute con delle sedie fuori da un portone e qualche rarissima macchina che sentivamo passare in lontananza. Su ogni lato le vie sfociano nell’aperta campagna e questo se da un lato ha reso alcuni di noi un po’ timorosi sulla presenza di animali selvatici, dall’altro ci ha rasserenato e rilassato molto. Credo che ogni tanto debba programmare vacanze in posto come questo per godermi la pace e l’odore di una vita meravigliosamente semplice.

Siccome la temperatura la sera si abbassa molto e mi sentivo un po’ stanca e alticcia, dopo poco ho lasciato i giovani (sono ovviamente la più vecchia!) alla vita mondana (QUALE) e sono rientrata in camera per compilare i questionari sulle realtà rurali che ci hanno dato da fare. Mi sono sentita un po’ in colpa, verso loro e verso me stessa, ad abbandonare per prima la serata, ma in realtà chiaramente non c’era niente da fare e dopo non molto sono rientrati anche gli altri.

Prima di mettermi a letto mi sono dedicata alla caccia di mosche, che essendo in campagna abbondano, e a scrivere un po’ per non rimanere indietro con le cose da raccontare, così alla fine mi sono addormentata alle due.

Anche se abbiamo dovuto saltare alcune attività, cosa che prevedo accadrà anche nei giorni a seguire, perchè il programma è davvero troppo fitto, è stata una giornata non troppo stancante e davvero bella, nonostante i problemi che non mi mollano, per me: ho visto realtà abbastanza lontane dalla mia, ma anche tante persone e contesti molto simili a quello delle mie origini.
Qui le persone sono accoglienti e ospitali e ho letteralmente desiderato di abbracciare ogni anziano con cui ho avuto l’onore di parlare o che ho semplicemente incrociato per strada: noi giovani rappresentiamo il loro futuro, ma loro sono la nostra storia.

36866212_10215534053159974_8303542483325812736_oDay 3.

(scusate se la foto di oggi non ritrae niente di interessante, ma ogni tanto mi sento di scegliere un mio selfie imbarazzante come copertina!)

La sveglia è suonata alle sette, quindi ho dormito ben cinque ore: nonostante la stanchezza che già si accumula, stavo comunque meglio della mattina precedente e siamo anche partiti quasi puntuali.

La percorrenza è stata abbastanza lunga, circa un’ora e mezza, ma non sono riuscita a dormire perché sul bus faceva troppo freddo, perchè avevo troppi pensieri e perché volevo godermi il paesaggio fuori: questa zona mi ricorda molto l’area della Murgia pugliese e mi piace moltissimo!

Siamo alla fine arrivati a percorrere una strada sterrata e il paesaggio intorno si era aperto e reso più, in qualche modo, antico tanto che ho avuto la sensazione di star andando a Jurassic Park: in realtà ci hanno portati nella centrale da cui si gestiscono le pale eoliche che servono a produrre l’energia elettrica per la zona.
Purtroppo non sono riuscita a seguire la loro presentazione perché eravamo in troppi nella piccola sala di fronte al proiettore, perché ero ancora molto stordita dal sonno e perchè il linguaggio era molto tecnico, ma dopo un po’ la situazione si è fatta pratica: ci hanno dato a tutti un caschetto antifortunistico (ho visto le scatole nuove da cui li tiravano fuori, li avevano presi appositamente per noi!) e siamo saliti fino al punto in cui si trovano le pale.

È stato emozionante vederle da così vicino, enormi, girare e poi fermarsi, non avevo mai pensato di farlo. Inoltre a piccoli gruppi ci hanno consentito di entrare all’interno per spiegarci come funzionano i macchinari: non vedevo l’ora e nell’attesa siamo rimasti seduti a terra, su un sentiero di terra rossissima, immersi nel profumo delle piante per cercare di riprenderci dal sonno.

Dopo aver ringraziato gli addetti (tra l’altro uno indossava una divisa verde che lo faceva somigliare al Ranger Smith!) siamo risaliti in bus per andare poco lontano: lì abbiamo avuto mezz’ora libera in cui siamo andati a sederci in un bar dall’aspetto vintage e loschissimo (come tutti i bar qui).
Joana, l’organizzatrice, ci è venuta a chiamare e a portarci a una specie di struttura in legno adibita a sala conferenze, con già sistemati in fondo quattro lunghe tavolate che ci avrebbero accolto per pranzo.

Abbiamo assistito a un convegno sull’imprenditorialità giovanile nelle zone rurali: prima ha parlato la senatrice di Zamora al governo spagnolo e poi un uomo e due donne che hanno scelto di portare avanti attività qui, anche se è una zona con alto spopolamento e collegata male con il resto del territorio.
A quanto pare la provincia di Zamora conta circa 2300 comuni di cui almeno il 60% ha meno di 600 abitanti, quindi si preoccupano molto di far sopravvivere tutti i paesi anche se vanno spopolandosi e ci rimangono quasi solamente anziani.

Per alcuni di noi è stato difficile capire come queste persone riescano a tirare avanti e perchè abbiano scelto di restare, anziché trasferirsi in una grande città. Ma ammiro molto la forza e l’orgoglio di tutte queste persone in zona che hanno deciso di restare perchè loro vogliono continuare a vivere nel paese che ha dato loro i natali.
Questa cosa mi ha fatto riflettere che mi piacerebbe vivere in una piccola e semplice realtà come questa, in cui la vita è assolutamente lenta e tranquilla, ma mi piacerebbe avere la possibilità di spostarmi e viaggiare spesso, così da poter esplorare il caotico mondo per poi tornare nel mio piccolo posto accogliente.
Mi chiedo se avrò mai la possibilità di raggiungere questo equilibrio e se ci sarà di nuovo un posto che io riesca a chiamare davvero Casa.

Finito il convegno, un ragazzo spagnolo si è avvicinato a me per farmi una breve intervista sul punto di vista italiano nei riguardi della ruralità da pubblicare su un giornale locale, poi ci siamo seduti per pranzare e abbiamo avuto l’onore di mangiare i prodotti delle due imprenditrici locali, che gestiscono una macelleria e un forno. Ho mangiato un sacco di cose buonissime: empanadas, focaccia ripiena, pane, pizza, salami, prosciutto, coppa e formaggi. Se dipendesse da me mangerei di continuo cose del genere perché amo i sapori sinceri (e la sugna), ma credo che non si possa fare!

Dopo pranzo abbiamo avuto il tempo di riprenderci e finire di preparare il nostro seminario, ma purtroppo in questa ultima fase non sono stata molto d’aiuto perché sono stata trascinata via dal gruppo dai miei problemi e quindi mi sono isolata per un po’.
In ogni caso, ho cercato di coordinare il seminario, anche se gli altri hanno fatto molto più di me nella pratica e sono stati davvero bravi: abbiamo inscenato due piccole scenette divertenti in cui i ragazzi hanno interpretato il ruolo delle donne e noi quello degli uomini e poi abbiamo aperto dei dibattiti sul fatto che quasi sempre è la donna ad occuparsi principalmente dei figli e che a parità di lavoro il sesso femminile guadagni di meno. Il discorso si è infiammato molto: a me veniva da sorridere perché, al di là dei punti di vista condivisibili o meno, mi piace vedere delle persone interessate, ma alcuni di noi si sono un po’ arrabbiati perché dei ragazzi romeni (credo, forse anche dei polacchi) dialogavano con toni abbastanza duri e con punti di vista sulla questione arretrati. In ogni caso abbiamo fatto un buon lavoro ed è stato interessante!
Dopo di noi una psicologa/sessuologa ha tenuto anche lei un dibattito sulla sessualità e quindi sul ruolo stereotipato della donna, ma pure su quanto la società ci imponga degli standard di rapporti ormai superati: è stato molto bello partecipare a questo seminario, non sono molte le occasioni normalmente per parlare di questi argomenti che in realtà mi stanno molto a cuore.
Abbiamo proseguito vedendo dei cortometraggi sull’argomento: l’ultimo in particolare mi ha proprio “ucciso” perchè era incentrato sulla violenza domestica ed era abbastanza forte visivamente, ma sono comunque contenta di averlo visto perché era davvero intenso.

Con l’umore barcollante per questo e per gli altri motivi di fondo, sono risalita sul bus: anche al ritorno non sono riuscita a dormire, ma ho ammirato ancora il paesaggio che in questo tratto era più brullo, finendo per somigliare alla mia Calabria. Il tempo è passato più velocemente dell’andata, ma siamo arrivati alle otto e mezza circa, quindi ho fatto in tempo a cambiarmi e a prendere un po’ d’aria in cortile inseguendo i tantissimi gatti prima di andare a cena.

Alcuni di noi hanno delle intolleranze alimentari come me, quindi quando c’è qualcosa che qualcuno non mangia gli viene portata una porzione a parte: stasera è toccato a me e ho ricevuto un piatto gigantesco di riso al pomodoro e tonno freddo con dell’uovo sodo sbriciolato sopra (qui si usa mettere uova ovunque). Era davvero squisito, molto cremoso e saporito, ma non sono riuscita a finirlo e ho mangiucchiato qualcos’altro delle altre portate prima di sentirmi definitivamente satolla: mi sento a casa perché ci danno sempre tonnellate di cibo e nessuno può mai rimanere affamato.

Ci sentivamo un po’ stanchi e con il pensiero che il giorno dopo ci saremmo dovuti svegliare ancora prima, abbiamo deciso di non andare a fare bagordi in giro (DOVE), ma io e Giulia di Bologna siamo andate nel piccolo supermercato scoperto il giorno prima per comprare qualcosa: i proprietari erano seduti fuori su delle sedie sdraio, ma vedendoci arrivare la signora si è alzata sorridente e ci ha aperto il negozio anche se erano le dieci di sera passate. Ho comprato una bottiglia di vino rosso a un euro e quaranta, e abbiamo scoperto essere per niente male quando l’abbiamo bevuto poco dopo tutti insieme nel cortile dell’hotel (che comunque in realtà è una strada di transito che dà sulla campagna, ovviamente). La proprietaria comunque è stata gentilissima e ci ha fatto delle domande cortesi, incuriosita sulla nostra presenza nel minuscolo Fornillos de Aliste. Ci ha detto che anche lei ha un figlio della nostra età che studia fuori, tra l’Inghilterra e Madrid: mi ha fatto così tenerezza che avrei voluto abbracciarla (e quando mai) perchè mi ha ricordato il modo in cui parla di me mia madre.

Come dicevo, siamo rimasti accampati fuori a bere e ad ascoltare e cantare a squarciagola canzoni italiane di vario genere, mentre gli organizzatori ci hanno chiamato uno ad uno per farci scattare delle foto che credo servano loro per registrare i partecipanti al congresso: io ovviamente ero tesissima come sempre quando scattano delle foto a me da sola e quindi sarò venuta malissimo, ma sono abituata al mio non essere per niente fotogenica!

Anche stasera abbiamo parlato di tante cose diverse, anche quando i ragazzi sono andati a giocare a calcio con i giovani degli altri gruppi nel campetto lì accanto e alcune di noi erano andate a letto perché distrutte. Io ho fatto Cenerentola e sono rientrata in camera a mezzanotte perché iniziavo a sentire un po’ freddo e volevo provare a dormire, ma scrivendo ho finito per prendere sonno all’una passata.

Oggi è stata una giornata interessante dal punto di vista delle attività, anche se purtroppo non abbiamo fatto in tempo ad andare a visitare i posti che dovevamo e che sembravano interessanti; in ogni caso mi sento soddisfatta, anche perché ci siamo levati il pensiero di tenere il nostro seminario e ora sicuramente sarò meno preoccupata. In realtà non lo ero granché perchè sapevo sarebbe stato di tipo informale, ma essendo la più vecchia, e quella con più partecipazioni a progetti alle spalle, mi sento in qualche modo responsabile del gruppo e sto facendo del mio meglio per fare in modo che tutti si sentano a proprio agio!

37003561_10215542324846761_236528478965465088_oDay 4.

Stamattina alzarsi è stata durissima, anche se avevo fatto sei ore di sonno: guardandomi allo specchio ho notato di avere gli occhi davvero rossissimi.
A svegliarmi del tutto ci hanno pensato i tuoni: fuori dalla finestra il cielo era grigissimo e portatore di tempesta.
Infatti, il tempo di vestirci e scendere a colazione, ha iniziato a piovere sempre più forte fin quando non ha cominciato a grandinare. Eravamo abbastanza preoccupati per le condizioni meteorologiche perché saremmo dovuti andare al Centro del Lupo Iberico, quindi praticamente tra i boschi alla ricerca di lupi.

Alla fine abbiamo aspettato circa un’ora fin quando non ha smesso di grandinare e siamo saliti sul bus su cui siamo rimasti circa un’ora e mezza: a un certo punto mi sono addormentata osservando il solito paesaggio fuori dal finestrino, ma quando mi sono risvegliata mi sono trovata in un paesaggio totalmente diverso, con alberi alti e fitti.
Dopo essere passati sotto una città fortificata costruita su un’altura, che dovrebbe essere Robledo, ci siamo addentrati nella strada tra i boschi fino ad arrivare ad un parcheggio. Io e altre due ragazze italiane ci siamo catapultate giù dal bus perché avevamo deciso di voler fare la pipì nel bosco: una di noi tre si è addentrata restando vicina al bus, mentre noi due ci siamo allontanate un po’ andando a infrattarci dietro una piccola costruzione in pietra. È stato molto divertente E POETICO. Soprattutto quando la prima si è accorta di aver perso il cellulare nella boscaglia ed è dovuta tornare indietro a cercarlo (fortunatamente trovandolo)!

La nuova impellente urgenza era anch’essa molto basilare: FACEVA FREDDISSIMO. Ci eravamo vestiti un po’ più pesanti a causa del mal di tempo, ma, pur indossando una felpa pesante, tra la pioggia, il bosco e il fatto che eravamo in alto sentivamo davvero freddo. Ovviamente solo noi italiani. Per cui in cinque ci siamo appropinquati allo shop del museo del Centro e abbiamo comprato delle necessarie felpe: l’addetto è riuscito a offendere sia Giulia che me, a Giulia proponendo una L (e lei porta una S) e a me dubitando del fatto che una felpa per dodici anni non mi andasse quando era realmente enorme. Abbiamo riso della cosa, ma quando l’ho indossata mi sono resa conto che pur andandomi larga di busto, mi era corta di maniche. MA COMUNQUE l’ho indossata sotto l’altra felpa che già avevo e sono sopravvissuta al gelo nel momento in cui, finita la visita museale, siamo tornati fuori.

Siamo saliti lungo un sentiero fino ad arrivare dietro un’alta staccionata a fessure molto larghe, al di là delle quali c’erano lupi. È stata un’emozione che non saprò mai descrivere a parole quella di vedere per la prima volta da vicino un branco di lupi: erano meravigliosi, al contempo dall’aspetto familiare e selvatico.

Sono rimasta ipnotizzata a fissarli per un tempo che mi è sembrato si dilatasse, fin quando gli addetti non hanno richiamato la nostra attenzione per presentarci il più anziano tra loro, un vero e proprio veterano dei lupi, che ci ha raccontato brevemente la storia del parco e dei lupi che stavano tutelando: Sauron, Oscura, Clarita, Dakota e Robledo.
Ho scattato qualche foto e fatto un video mentre lui si è avvicinato per dargli della carne e farceli vedere meglio, ma il mio cellulare è abbastanza scarso, quindi purtroppo non si vede granché. Fortunatamente sono riuscita a goderne il più possibile fintanto che era lì: pur essendo animali così alteri, vicino all’uomo di cui si fidano, si trasformano in grossi cuccioli che cercano attenzioni per ricevere un altro po’ di cibo. Tutti gli stavano attorno, rendendolo un vero e proprio “uomo che sussurra ai lupi”, tutti tranne Robledo che saltellava su tre zampe (la quarta era come se fosse più corta a causa di una deformazione genetica) e aspettava che gli venisse tirato il cibo. Mentre li cibava e accarezzava parlava con noi spiegandoci che tutti quei lupi avevano avuto di abituarsi alla presenza dell’uomo per vari motivi, tranne Robledo che erano nato lì nella riserva e vi era rimasto a causa del problema alla zampa. Nonostante questo, non era assolutamente aggressivo, nessuno di loro ha mai dato segni di cattiveria nonostante sentissero l’odore di così tante persone intorno a loro.

Non avrei più voluto andarmene e ammetto di aver pianto per la bellissima sensazione di silenzio e pace che mi trasmetteva guardare loro e il bosco di cui fanno parte.
Purtroppo dopo qualche minuto siamo però dovuti andare via, tornando in bus e fermandoci per fare una pausa nella vicina Robledo. Ho quasi perso il gruppo perché mi sono fermata a raccogliere una coccinella che era finita sul marciapiede e sicuramente sarebbe finita calpestata, quindi mi sono sentita in dovere di metterla al sicuro su una piantina fiorita. Mi ha ricordato di quando in gita scolastica mi fermai a fotografare dei bruchi pelosi bellissimi e persi ad Atene generando un caos indicibile.

Avrei voluto avere il modo di salire sulle alte torri che avevo visto dal basso, ma non abbiamo avuto abbastanza tempo perché abbiamo dovuto proseguire con il programma e recarci nella vicina area della Sierra de la Culiebra. Lì, in una specie di sala conferenze, ci aspettava il sindaco, una signora spagnola fondatrice dell’associazione di protezione dei lupi del Nord della Spagna (dove è ancora legale ucciderli) e un signore inglese trasferitosi appositamente in questa zona rurale perché è un appassionato di lupi e voleva vivere qui dove si trova la riserva più grande d’Europa a loro dedicata.

Tutti hanno fatto dei discorsi molto intensi, parlando di come cerchino di sfruttare il poco turismo esistente a riguardo, ma comunque tutelando la tranquillità del bosco, e di come i lupi siano animali preziosi per l’ecosistema e assolutamente meravigliosi e liberi.

Erano già le tre quando abbiamo finito ed eravamo abbastanza provati, siamo finalmente andati a pranzo in un ristorante lì vicino che avevano appositamente allestito: pur essendo arredato in stile contemporaneo e dall’aspetto nuovo, era comunque all’interno di un palazzo in pietra e ho avuto la sensazione che non avessero mai avuto così tanti clienti tutti insieme, anche dal fatto che non avevano abbastanza bicchieri “uguali” per tutti.
Ogni giorno mi chiedo quanto la nostra presenza in questi piccoli borghi stia sconvolgendo la normale quiete, ma non mi sono mai sentita malvoluta, anzi tutte le persone con cui ho incrociato lo sguardo per strada, perlopiù anziani dall’aspetto fiero seppur acciaccato, mi hanno sempre rivolto un sorriso o uno sguardo di curiosità.

Il pranzo è stato ottimo e abbondante, stavamo letteralmente scoppiando ed è finito alle cinque passate. Siamo tornati sul bus e ci hanno portati alla spiaggia dell’enorme lago (o almeno credo) per qualche minuto per scattare delle foto: era così grande che a istinto mi ha ricordato il mare, quindi sono corsa giù dall’autobus fino alla riva per infilarci le mani dentro. L’acqua era placida e tiepida e sul suolo sabbioso c’erano arbusti e alberi, mi sarebbe piaciuto farmi il bagno e restare un po’ al sole (lo so ragazzi, sono sconvolta anche io da quanto sto dicendo), ma soprattutto fare un barbecue sulla spiaggia! Mi sono soffermata a scrivere il nome del progetto sulla battigia per fare questa foto per ricordare l’esperienza di questi giorni e per inviarla al gruppo.

Siamo poi ripartiti per andare in un’altra cittadina vicina al cui interno si trova un’antica villa romana: ci siamo accampati sul marciapiede in attesa che la responsabile venisse ad aprire la struttura appositamente per noi.
Entrati all’interno sono rimasta affascinata: della domus restava solo parte delle mura molto rase e la pavimentazione, seppur con parti rovinate, ma questa bastava a destare meraviglia per gli stupendi e dettagliatissimi mosaici.

I corridoi e le sale secondarie sono decorati con figure geometriche e floreali, mentre le stanze principali rappresentano il mito di Orfeo, di Elettra e di Europa. Il romano che la fece edificare doveva essere davvero molto ricco, ma poi per motivi sconosciuti dovette abbandonarla e ciò ha consentito un’ottima conservazione.

Essendo già le sette credevamo di tornare a casabase, ma in realtà abbiamo proseguito a piedi fino a una vicina distilleria tradizionale, che ci hanno fatto visitare pur essendo oltre l’orario di chiusura. Lì abbiamo potuto assaggiare ciò che volevamo e comprare qualcosa di tipico da portare a casa: io ovviamente avrei voluto prendere moltissime cose perché sono appassionata di liquori locali (ovviamente), ma mi sono dovuta trattenere un po’ perché dovrò tornare in Italia in aereo.

Da lì siamo davvero tornati al bus e sapevamo che ci sarebbe toccata più di un’ora di bus, quindi vista la stanchezza l’intento iniziale era dormire. Ma poi finalmente Antonio ed io siamo riusciti a far partire i tanto desiderati cori, quindi con il supporto tecnologico di Elettra abbiamo cantato e ballato molte canzoni italiane di vario genere, fino a passare a quelle delle altre nazioni per provare a coinvolgere tutti.
Purtroppo solo qualcuno degli altri gruppi ha cantato e si è divertito con noi, tutti gli altri sembravano clinicamente morti. Il fatto che in questo progetto sono del tutto mancate le attività mirate alla specializzazione ha penalizzato molto l’unione tra le nazioni, ma tra noi siamo comunque già abbastanza affiatati e mi sono divertita tantissimo a sgolarmi!

Il tempo quindi è trascorso fin troppo velocemente e quando siamo arrivati sono andata a cambiarmi e a capire quando sarebbe stata servita la cena, anche se nessuno di noi aveva molta fame per via del pranzo tardi.
I ragazzi erano quasi tutti davanti alla TV del bar insieme agli anziani del paese a guardare Croazia-Inghilterra, quindi alla fine a tavola eravamo in pochi: abbiamo mangiato qualcosa, ma nessuno di noi italiani è molto in forma tra stanchezza, cambi di alimentazione e sbalzi di temperatura. Inoltre dalla cucina non hanno ancora ben capito i problemi di chi ha delle intolleranze e ci hanno rimproverato perché ogni sera portiamo una o due bottiglie d’acqua in camera: queste cose mi lasciano abbastanza perplessa visto che il progetto dovrebbe occuparsi di tutti i nostri bisogni, ma in fondo mancano pochissimi giorni e quindi non è realmente una cosa di cui mi preoccupo.

Comunque verso la fine della cena il gruppo romeno ha iniziato a farsi degli shot offrendoceli, ma noi abbiamo cortesemente rifiutato tranne Antonio. Poco dopo però sono stata sfidata a prendere in bocca un budino di gelatina per intero E NON MI SONO TIRATA INDIETRO rischiando di soffocare. Esistono dei video imbarazzanti della cosa, ma resteranno privati per il bene della vostra sanità mentale!

Sono andata in camera a prendere la bottiglia di liquore al Mojito che ho comprato per bere con gli altri e la felpa perché faceva freddo, ma non abbiamo bevuto granché perchè eravamo già tutti cotti dal sonno, tanto che Eric non è mai neppure sceso per cenare, ma è direttamente morto a letto. Antonio invece aveva ancora abbastanza energie per giocare a calcio con i ragazzi spagnoli e noi altre siamo rimaste fino alle undici e mezza circa sedute in cortile a chiacchierare di tante cose come sempre.

Ho scoperto che Elisabetta è anche una grafologa, una scienza che ammiro moltissimo, ed è stata così gentile da leggere la mia scrittura per dirmi brevemente cosa se ne evince: mi ha detto delle cose molto belle, ed altre meno belle, e mi sono un po’ sentita in imbarazzo, ma tutto ciò che mi ha detto penso sia davvero vero. In particolare mi ha incoraggiato molto che mi abbia detto che le caratteristiche principali siano la creatività e una forte intuizione: so che forse non dovrei, ma a volte sentirmi dire da qualcun altro cose positive su me stessa mi incoraggia molto.

A un certo punto abbiamo dovuto chiedere al bar/reception se avessero un termometro, perché Giulia di Roma sentiva di avere un po’ di febbre, e della carta igienica, perchè banalmente era finita: non avevano un termometro, ma il problema maggiore era riuscire a dire CARTA IGIENICA, quindi abbiamo iniziato a dire “papel toilete”, “aseo papel” o “bagno papel” e lei ci ha risposto che andava a prenderci EL PAPEL DE CULETE. Non riuscivamo più a smettere di ridere, probabilmente per l’incredibile stanchezza che ci portavamo addosso.

Abbiamo quindi deciso di andare a letto presto perché la mattina successiva avremmo potuto dormire un’ora in più, così magari recuperavamo abbastanza sonno, ma alla fine come al solito non ho preso sonno prima dell’una.

Oggi è stata una giornata molto piena e molto produttiva, quindi la soddisfazione che provo supera ogni problema e stanchezza, e questa è una delle sensazioni che io possa provare prima di riuscire ad addormentarmi.